Tratto da: "Famiglia Cristiana" del 22/12/1968
I coraggiosi del Vajont
Ore 22,40 di mercoledì 9 ottobre 1963. Una grossa fetta del
monte Toc, che sovrasta il bacino artificiale creato dalla diga del Vajont,
precipita. E' una fetta gigantesca: 250 milioni di metri cubi di terra e roccia
che sì staccano da un fronte lungo 1100 metri sul fianco della montagna. 50
miliardi di litri d'acqua vengono scaraventati fuori della diga (è come se una
grossa pietra fosse caduta in un secchio colmo); un'ondata immane si precipita a
valle da un'altezza di 260 metri. Nel punto in cui cade perpendicolarmente,
scava una buca profonda 42 metri e crea un lago nel letto del Piave; un lago mai
esistito prima. Lo spostamento d'aria, intanto, provocato dall'impatto tra terra
e acqua, dal precipitare dell'onda, ha raso al suolo decine di case, ha
schiacciato, come sotto il colpo di un ciclopico maglio, interi paesi. Poi, a pochi secondi di distanza, arriva l'onda. È alta 700
metri, trasporta pietrisco e fango, corre a velocità paurosa, sradica e
sommerge tutto sotto una coltre di melma e detriti. Così, in pochi minuti (5-6
al massimo) cessano di esistere Longarone, Villanova, Pirago, Faé Bassa,
Codissago, Rivalta; così vengono spazzate via altre case di Erto, Casso, Pineda,
Col di Spesse. Così muoiono 1917 persone, vengono distrutte intere famiglie.
Oltre trecento delle vittime sono bambini al di sotto dei 13 anni. Il paese più colpito è Longarone, investito frontalmente
dall'onda apocalittica: 1450 sono i morti, 630 le abitazioni distrutte, più di
100 le aziende travolte dall'acqua limacciosa. Ai superstiti, ai soccorritori, Longarone appare, nei giorni
dopo il diluvio, come una allucinante pietraia. Il paese é stato triturato,
polverizzato; le case sono state divelte dalle fondamenta. Su quella squallida distesa biancastra si aggirano, attoniti,
i longaronesi sopravvissuti. Cercano í loro morti, le loro case scomparse. «Per molti mesi dopo la tragedia », dice don Piero Bez,
parroco di Longarone, « la gente non si rese conto perfettamente di quanto era
accaduto. Si pensava soltanto a trovare i morti e a seppellirli. E poi incombeva
sempre su tutti l'incubo della diga. Si temeva che cedesse, crollasse, che
provocasse altri disastri ». Così, Longarone si spopolò. Gli abitanti, prima di quel
maledetto 9 ottobre, erano circa 4.000, ma nel dicembre del '63, a Natale, erano
200. « Fu quello il Natale più triste nella storia del nostro
paese », dice il vice sindaco di Longarone, Marcello Sacchet, « e proprio in
quei giorni sentimmo tutto il peso, il dolore della sciagura che ci aveva
colpiti ». Proprio in quei giorni, infatti, arrivò a Longarone una
notizia sconvolgente: per motivi di sicurezza, Longarone doveva essere
abbandonata. La si sarebbe ricostruita più a valle, a molti chilometri di
distanza, in una località imprecisata tra Ponte nelle Alpi e Belluno. Longarone
sarebbe diventata una città morta, come Pompei o Ercolano, mèta di
pellegrinaggi turistici (una rivendita di tabacchi con le cartoline impietose di
Longarone «prima e dopo il diluvio») e magari, archeologici, in futuro. Fu a questo punto che i longaronesi reagirono, ebbero una
scossa e si ribellarono. Essi hanno un culto, un amore innato e tradizionale per
la casa. Sono attaccati a quel po' di terreno coltivabile che s'inerpica avaro
sui fianchi della montagna, alla casa che è costata tanta fatica ai genitori,
ai nonni. E non importa se ora è ridotta a un ammasso di rovine o se,
addirittura, è stata spazzata via e non se ne distingue più nemmeno il
perimetro. « Erano rare le famiglie che prima di quella notte
dell'ottobre '63 non fossero proprietarie della casa in cui abitavano », dice
ancora don Piero, « e la massima aspirazione delle giovani coppie d'oggi è
sempre quella, antica, di potersene costruire una propria». Ecco il perché dei blocchi stradali del 31 dicembre del '63
e, poi, del 12, 13 e 14 febbraio '64. I longaronesi protestavano, volevano
Longarone dove e com'era. E l'hanno avuta vinta. Longarone cinque anni dopo. Natale 1968. Gli abitanti non
sono più 200, ma 3.672. Cinque imprese edili lavorano a pieno ritmo. Si è
ricostruito il 60 % degli edifici (280 alloggi e 80 negozi). Edifici funzionali,
confortevoli, rifiniti con cura. Negozi spaziosi, luminosi, che non
sfigurerebbero al centro di una grande città moderna. C'è una certa animazione
per le strade, nei bar. La popolazione cresce. Dal giorno della tragedia al
dicembre del '68, l'anagrafe di Longarone ha registrato 321 nascite (indice
demografico che, rapportato alla densità della popolazione, è tra i più alti
d'Italia). Alto anche l'indice dei matrimoni: 258 dal 9 ottobre 1963. Si son
risposati molti vedovi e vedove e molti giovani rimasti soli: tutti desideravano
rifarsi una famiglia. trovare ancora una ragione di vita, un conforto,
riacquistare fiducia nel domani. La rinascita di Longarone sembra dunque ben avviata. Il
periodo critico è stato superato. Tutti son concordi nell'affermarlo. Ma si è
trattato di un periodo molto, troppo lungo. È durato da quell'ottobre '63 sino
al '66 e così si è perso tempo prezioso. La stasi è stata provocata da un intricato groviglio di
cause: beghe politiche, pastoie burocratiche, disordini amministrativi, la
continua altalena dei piani regolatori fatti e rifatti decine di volte,
amarezza, sfiducia, rivalità. « L'espropriazione dei terreni, per esempio » , dice il
vice sindaco Sacchet. « è avvenuta con molto ritardo. Se i longaronesi, a un
certo punto, non si fossero messi d'accordo tra loro per l'espropriazione e la
lottizzazione delle aree e avessero aspettato l'intervento statale, saremmo
ancora all'anno zero. La precedente amministrazione comunale, poi, ha
amministrato disordinatamente le somme pervenutele da parte di enti pubblici e,
soprattutto, da privati. Ed anche le somme stanziate dallo Stato per le opere
pubbliche sono state male impiegate se non addirittura sprecate ». « Si son fatte molte cose in fretta, a costo di farle male
», aggiunge un altro longaronese, « per tacitare l'opinione pubblica. Per
esempio, si è costruita male la scuola elementare (ci piove dentro). Si son
rifatti gli argini del Piave, senza riassestare il letto del fiume che si era
alzato di circa otto metri con il diluvio del Vajont. E così, durante la piena
del novembre 1966, l'acqua è straripata, si sono avuti altri danni ed è
crollato il ponte sul Maé, appena ricostruito. « La ricostruzione edilizia, le
case funzionali, ben rifinite, i cantieri, le gru, non devono trarre in inganno.
Sì, Longarone sta rinascendo, ma deve risolvere ancora grossi problemi. Primo
fra tutti quello dell'industrializzazione. Senza industrie, senza possibilità
per i longaronesi di trovare lavoro, il nostro paese rischia di trasformarsi in
un paese morto. Lo Stato parla di uno stanziamento di circa 30 miliardi per la
rinascita delle attività artigianali, commerciali e industriali della zona del
Vajont. Dodici miliardi son già stati spesi, ma al Vajont vero e proprio ne è
toccata una piccola fetta, mentre abbiamo visto sorgere industrie alla periferia
di Belluno e in altre zone della provincia completamente al di fuori dell'area
sinistrata ». I longaronesi aspettano con ansia che nella zona industriale,
ai piedi del paese, lungo il Piave e dove una volta, prima dell'ottobre '63,
già sorgevano fiorenti aziende, si installi una grossa industria metalmeccanica.
Se ne parla molto in questi giorni. « Per noi - dice un consigliere comunale -
sarebbe la salvezza. Avremmo 1260 posti di lavoro garantiti ». « Non vogliamo vivere di soli sussidi » I longaronesi son gente attiva, che ha sempre dimostrato
iniziativa, vivacità nel campo imprenditoriale. « E poi », dicono, « non
vogliamo continuare a campare sugli aiuti, i sussidi. Vogliamo lavorare e
guadagnarci da vivere ». E con quest'affermazione i longaronesi non vogliono
certo dimenticare o disconoscere gli aiuti concreti ricevuti nei giorni della
tragedia da ogni parte d'Italia. « Gli italiani », dice ancora il vice
sindaco, « ci hanno messo in condizione di risollevarci, di creare una nuova
economia ». Il Fondo di solidarietà istituito cinque anni fa presso la
Presidenza del Consiglio e a cui sono affluiti gli aiuti da tutta la nazione, ha
raggiunto la cifra di 3 miliardi e 475 milioni. Come sono stati impiegati questi
danari? Bene, dicono i longaronesi. Citiamo alcune delle spese principali. Dei
tre miliardi e quattrocento milioni, 480 milioni sono stati affidati alla
Prefettura di Pordenone per provvedere alle necessità di Erto e Casso (che si
trovano appunto nella circoscrizione di quella provincia); 47 milioni sono stati
spesi per destinazioni particolari volute dagli offerenti; 216 milioni sono
stati spesi per contributi di 1 milione per ogni prima unità d'alloggio
costruita in Longarone; 90 milioni e mezzo circa sono stati spesi per stimolare
la ripresa delle attività artigianali; 227.558.160 per costituire rendite
mensili alle vedove e agli orfani; 187 milioni sono stati spesi per interventi
straordinari (cure mediche, ricoveri in ospedali, estinzione di passività di
alcune aziende). Per ora si sono spesi circa un miliardo e 700 milioni.
Restano ancora un bel po' di soldi, e con questi danari si continuerà a
incrementare la ricostruzione edilizia di Longarone. I soldi vengono a tale
scopo saggiamente amministrati dalla Prefettura di Belluno. Sono stati
amministrati con rigore anche le centinaia di milioni raccolti dal Corriere
della Sera che a Longarone ha costruito parecchie case e una scuola
professionale (con sei aule e cinque laboratori ben attrezzati) che è stata
inaugurata verso la fine di novembre. Verso la fine di novembre è cominciato a L'Aquila il
processo contro lo stato maggiore tecnico-scientifico della SADE (la Società
che progettò e costruì la diga) e contro quattro funzionari dello Stato per
«cooperazione in disastro colposo di frana aggravata dalla previsione
dell'evento; in disastro colposo di inondazione, in omicidio e lesioni colpose
plurime». L'istruttoria giudiziaria, iniziatasi il 10 ottobre 1963 si
è conclusa il 21 febbraio 1968. Sede naturale del processo doveva essere
Belluno, ma la Corte di Cassazione, per legittima suspicione (per timore, cioè,
che l'atmosfera si facesse troppo arroventata e l'ordine pubblico fosse
turbato), ha trasferito il processo a L'Aquila, in Abruzzo. Non siamo animati da spirito di vendetta Questa decisione ha amareggiato i longaronesi. « Volevamo
seguire il processo da vicino, osservare, capire. Noi non siamo animati da
spirito di vendetta. Siamo convinti che esistano delle precise responsabilità e
vogliamo che sia fatta giustizia. Ma L'Aquila è troppo lontana, ci
accontenteremo di seguire il dibattito sui giornali ». Alcuni longaronesi sono stati a L'Aquila e quando son tornati
hanno detto: « Gli imputati ci fanno pena, come noi crediamo di farne a loro
». Ma nonostante questo sentimento di compassione umana, i
longaronesi sanno che le colpe esistono, colpe di leggerezza, di temerarietà.
Sì sapeva sin dal 1959 (la costruzione della diga era cominciata nel '57) che
una vasta area franosa esisteva sul fianco sinistro del lago. Gli invasi erano
pericolosi. Gli allarmi, gli avvertimenti dei geologi erano stati precisi e
tempestivi. Ma non se ne era tenuto conto. Con il processo dell'Aquila si pone un altro problema per i
longaronesi. È probabile che in prima istanza esso duri 8-10 mesi, poi ci sarà
l'appello e, infine, il ricorso in Cassazione. Se il procedimento penale non
finirà entro la primavera del 1971, il reato cadrà in prescrizione. I reati
colposi, infatti, si prescrivono in sette anni e mezzo, e cinque sono già
passati. Si potrà sempre iniziare il procedimento civile per accertare
l'entità dei danni e ottenerne il risarcimento, ma tutti sanno quanto siano
ancor più lunghi e lenti questi processi. « Tanto varrebbe », dicono a questo punto i longaronesi, «
accettare la transazione offerta dall’ENEL: 10 miliardi. L'ENEL dice che è
disposta a versarci questi soldi a titolo di beneficenza, in realtà è per
liberarsi di noi nel processo, per attutire l'effetto che può avere
sull'opinione pubblica vedere tanti superstiti e sinistrati schierati contro di
lei ». Ma su questo accettare o no la transazione i longaronesi son
divisi in opposte fazioni. Chi è favorevole, chi contrario. Questa, almeno, la
situazione al momento in cui scriviamo. E c'è, infine, un motivo di tristezza: la morte
dell'ingegner Mario Pancini, direttore del cantiere per la costruzione della
diga. Pancíni si è tolto la vita nella sua casa di Venezia alla vigilia del
processo. Doveva sedere sul banco degli imputati.
M.G. Bevilacqua